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BOLLE DI LUCE

Fotografie di Angela Maria Antuono

Testo di Marisa De Quattro

A cura di Luisa Briganti

17 OTTOBRE – 3 NOVEMBRE 2026 

Vernissage sabato 17 ottobre ore 18,30 – ingresso libero

A cura di Luisa Briganti

Bolle di luce, e’ il titolo di questa mostra, ed è un titolo che a prima vista sembra quasi troppo delicato per contenere tutto quello che contiene, perché una bolla, si sa, è la cosa più fragile che esista, nasce da un soffio e muore in un soffio, eppure è proprio in questa fragilità che sta la sua natura di luce, perché niente è più simile alla luce di una bolla, entrambe esistono solo nell’istante in cui qualcuno le guarda, ed è forse questo il primo inganno gentile che Angela Maria Antuono tende a chi entra nella sala, farci credere che stia parlando di un fenomeno ottico, di un difetto di pellicola, di un riflesso del sole dentro l’obiettivo di una macchina vecchia, quando in realtà sta parlando di come si vive, di come si resiste, di come ci si tiene in equilibrio dentro qualcosa che potrebbe scoppiare da un momento all’altro.

Si comincia camminando lungo le pareti, e la prima cosa che si incontra è proprio una bolla vera, una sfera di luce che galleggia sopra una strada mentre due sposi ballano sotto un cavalcavia di cemento, lui con il cappello e lei con l’abito bianco sollevato dal vento, e viene da chiedersi se quella luce li stia benedicendo o se semplicemente si sia trovata lì per caso, indifferente, come capita spesso alle cose belle per caso qualcuno le trova proprio quando ne aveva bisogno.

Poi si cambia passo e si entra in un’altra bolla, quella del lavoro e della fatica, una donna con il fazzoletto in testa che lega foglie di tabacco appese a essiccare, il volto segnato da una stanchezza che nessuna luce riesce ad addolcire, e qui la fotografia smette per un momento di essere leggerezza e diventa testimonianza, come se Angela avesse voluto ricordarci che le bolle non sono tutte fatte della stessa aria, che ce ne sono di gioiose e ce ne sono di quelle in cui si resta chiusi, asfissiati, per una vita intera senza sceglierlo.

Poco più avanti tornano gli sposi, sempre sotto lo stesso ponte, sempre nella stessa luce bianca che sembra non voler mai diventare giorno pieno, e accanto a loro, fuori fuoco, un fotografo con il cappello che li osserva costruire la loro scena, e in quell’immagine, dentro questa c’è il fil rouge della mostra, la vita vera e la vita messa in posa che si toccano senza mai confondersi del tutto, come due bolle che si sfiorano e restano comunque due.

Poi arriva l’angelo, una ragazza con ali di stoffa davanti a un albero di rami intrecciati, il volto fermo, quasi indifferente alla propria bellezza, e subito dopo la macchina a soffietto che qualcuno regge con mani vecchie per fissarla, e il contrasto tra la modernità sospesa di quella figura e l’arcaicità dello strumento che la fotografa è forse la chiave più onesta di tutta la ricerca di Antuono, che non cerca il nuovo per il nuovo ma cerca la luce dovunque si nasconda, anche dentro un obiettivo di ottant’anni fa.

Segue l’inverno, un pupazzo di neve dal volto imbronciato davanti a un rudere di pietra, e poi il carnevale, due figure imbacuccate in stoffe bianche che camminano per una strada di paese come fantasmi bonari, e poi ancora un corpo nudo con una maschera dipinta al posto del viso, le mani che imitano un binocolo attorno agli occhi finti, un’immagine che disturba quanto seduce, perché mostra come sotto ogni bolla di leggerezza ci sia sempre una domanda più scomoda che aspetta di essere fatta.

E poi le vite in disparte, una madre e un figlio ridotti quasi a un’ombra sulla carta dalla luce troppo forte, due donne che camminano in un prato portando una sedia bianca come si porta un ricordo che non si vuole lasciare a casa, una vecchia seduta su una panchina all’ombra mentre il paese le passa davanti senza fermarsi, e in ciascuna di queste immagini la bolla non è più un fenomeno visibile ma una condizione invisibile, il modo in cui una persona può stare dentro il mondo e insieme restarne leggermente fuori.

Verso la fine tornano le processioni, i preti in controluce sotto un portico, le donne con lo scialle di pizzo bianco in fila come se il tempo si fosse fermato a un secolo prima, e poi il mare, una cesta di vimini lasciata dove finisce l’onda, i piccioni su una scalinata bianca, una figura di donna sulla sabbia con il volto cancellato dal controluce, e infine una palma sola davanti a un mare in tempesta, ultima immagine e ultima bolla, quella più grande di tutte, quella dentro cui stiamo tutti senza saperlo, che è il tempo stesso.

Chi conosce Angela Maria Antuono sa che questa mostra non è soltanto un archivio di scatti raccolti in anni diversi, di grana diversa, di luce diversa, ma è un modo di continuare a fare quello che lei fa da sempre anche quando parla, quando racconta, quando ascolta, perché chi come me l’ha vista camminare per il paese con la macchina fotografica sempre al collo, come un organo in più che lei stessa aveva deciso di farsi crescere, sa che quella non era un’abitudine ma una condizione, una bolla di arte autentica dentro cui ha continuato a vivere anche quando tutto intorno sembrava un non luogo senza voce, un paese che non chiedeva di essere guardato e che lei ha guardato lo stesso, ostinatamente, come se il contrasto fra la povertà d’immaginazione del luogo e la ricchezza del suo occhio fosse proprio la scintilla da cui tutta l’ispirazione doveva nascere, e forse è per questo che le sue fotografie non fuggono mai da dove sono state scattate ma restano lì, radicate in quella terra apparentemente muta, a dimostrare che nessun luogo è davvero senza luce se qualcuno si ostina a cercarla. Un modo di lasciare le cose leggermente fuori fuoco perché è lì, in quel margine sfumato, che la verità di una vita si mostra meglio di quanto farebbe in piena definizione, ed è per questo che quando si esce da una mostra così non si porta via una risposta ma qualcosa di più simile a quella bolla di luce vista all’inizio, ancora intatta, ancora capace di scoppiare da un momento all’altro.

L’evento fa parte della settimana dell’arte ROME ART WEEK

e della notte bianca della cultura a cura di CO.R.S.A