“…di quello strano e misterioso equilibrio tra il nostro interno e il mondo esterno”

di Marika Rizzo

Chi, tra voi, ha mai sentito la frase “Una fotografia ben riuscita camminerà da sola per sempre?”
Se lo avete fatto, è molto probabile che siate stati allievi di Tano D’Amico, che afferma nelle sue
lezioni questa sorta di indipendenza che le buone foto possiedono.
Quella foto – che abbiamo scattato mettendo così tanto di noi stessi, i nostri ricordi, le nostre esperienze, i nostri sentimenti – ad un certo punto, si alzerà e andrà per la sua strada senza di noi.
Ricordo che sentire un fotografo del calibro di Tano, dire una cosa del genere, per una principiante
come lo ero io, fu spiazzante. Io così gelosa delle mie foto, delle mie immagini e della loro visione
al pubblico, non potevo immaginare una forza di questo tipo. Capii qualche anno dopo che sarebbe stata la cosa migliore che potessi augurare ai miei scatti, sperando che in qualche modo potessero loro stessi dimenticarsi di me e godersi la libertà di questo mondo.
Scattare e condividere fotografie ci pone dentro un potente network che, per forza di cose, influenza le nostre identità sociali. Da quando è nata, la fotografia è stata uno strumento
fondamentale nella costruzione (o ricostruzione) della nostra storia personale. È stata utilizzata come autoaffermazione della nuova classe borghese che fino a quel momento non poteva permettersi di avere i costosi ritratti pittorici, tanto cari al clero e alla nobiltà. Così in questo
progresso, che ci appare, lineare abbiamo assistito ad una sorta di “democratizzazione” del mezzo
stesso, che divenendo sempre più alla portata (economica) di fasce sempre più larghe di popolazione, oggi ha raggiunto la vetta della piramide comunicativa.
Alla base di ciò, sarebbe bene soffermarsi su quello che è catturato dalla macchina fotografica (o
dai telefoni cellulari) e cosa avviene nel momento in cui la foto digitale viene archiviata in memoria. Nel tempo, il controllo che possiamo agire sulla nostra foto viene disperso, facendo acquisire alla foto stessa una sorta di “performatività” che la rende autonoma dal proprio creatore, deviando dagli spazi e dai fini per i quali la foto stessa è stata scattata. È ormai un percorso battuto più volte (e anche molto ampiamente) il ruolo della fotografia nella ricostruzione
della memoria individuale e collettiva, ma cosa viene registrato? Quanta verità c’è nelle nostre
immagini?
Luigi Ghirri nelle sue famose “lezioni di fotografia” (pag. 21 Quodlibet, 2010) affermava: “Io […]credo ancora in una differente intenzionalità che […] consiste nel guardare alla fotografia come un modo di relazionarsi col mondo, nel quale il segno di chi fotografa, quindi la sua storia personale, il suo rapporto con l’esistente, è sì molto forte, ma deve orientarsi, attraverso un lavoro sottile, quasi alchemico, all’individuazione di un punto di equilibrio tra la nostra interiorità – il mio interno di fotografo-persona – e ciò che sta all’esterno che continua ad esistere senza di noi anche
quando avremo finito di fare fotografia.[…] è ciò che mi interessa fare; parlare e lavorare con voi in
questa direzione, alla ricerca di quello strano e misterioso equilibrio tra il nostro interno e il
mondo esterno.”

 

(Fotografie  Luigi Ghirri prelevate dal web) 

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