Escena Muda

Autore: 
Annette Schreyer

La scena silenziosa che Annette Schreyer attraversa in questa serie di fotografie è quella della corrida, spettacolo antico che nella sua crudezza estrema concentra un misto di elementi complessi: la tradizione, la ritualità, la violenza, la lotta, il gioco, la socialità di una irrazionalità condivisa. Il fragore di un evento convulso e pieno di tensione si raccoglie nelle immagini: si zittisce il frastuono, si spalanca una scena muta, una morte in atto, una danza lunga, e le grida, gli scalpiti, le corse giungono da lontano. Quasi non si odono più. La fotografia, luogo del silenzio, ha qualcosa a che fare con la morte, così come nella corrida è il morire che si celebra, e la scena esplicita l’osceno che è proprio della morte stessa. Le foto della Schreyer tentano di raccogliere e condensare il fasto dei colori sgargianti, il rumore della moltitudine esultante, e la massa di odore, disperazione, rabbia, pericolo, carne e sangue entro frammenti visivi che conservano tutta l’intensità dell’evento, pur riuscendo a tramutarla in una cosa lieve, sospesa, armonica, perfino delicata. La consistenza del tessuto cromatico è addirittura pittorica, la grana spessa come materia che pulsa, il giallo intenso acceca, coprendo tutto, ed è una luce densa, calda su cui le macchie di rossi, azzurri e verdi conducono lo sguardo fino ad un eccesso cromatico potentemente lirico. L’azione è rapida, nessuna definizione, tutto fuori fuoco, come a voler cogliere la corsa e la concitazione. Eppure a dispiegarsi non è l’evento in corso, ma è tutto questo silenzio, il lentissimo farsi e disfarsi di un dramma, una danza che diventa cadenza, ricamo, passo lieve. Il toro e il suo carnefice si guardano, uno dinanzi all’altro, o dandosi le spalle aspettano il momento in cui l’atto dovrà essere compiuto. Procedono, con circospezione si osservano, sostano, poi balzano, ma il balzo è un volo leggero che nella luce si dissolve e si consuma. Rapidi corrono uno contro l’altro mentre la consistenza della carne si sgrana nella densità del colore e della luce, fino a giungere al contatto, al drappo lacerato dalle corna. E poi, alla fine, il sacrificio che conclude il rito: qui il grido è massimo, la visione offuscata, c’è solo tutta l’ energia che si concentra nella chiazza rosso sangue sul ventre dell’ animale ancora in piedi, un palo conficcato nella carne dura, e l’uomo che trionfante resta ancora in silenzio, più che mai zitto, al cospetto del nemico vinto. La danza s’arresta, i due non si rincorrono più, il brusio della folla si assottiglia, la luce è un po’ più scura, l’arena pare spoglia e la morte suggella la fine del gioco, l’eclissi della scena, il sipario che precipita, lentamente, e il ritmo che si fa più rarefatto ancora. Documento di un teatro irrazionale e pagano, queste foto, sfidando la morte che avviene (al di là di ogni visibile scena), provano a mostrare l’azione che precede e dischiude la morte stessa, per gioco, per dolore, per caso, per follia o per cruda necessità. (DIEGO MORMORIO)

Cineporto 2005